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Quindici anni senza Ayrton (e senza Ratzenberger).

Me lo ricordo bene, quel primo giorno di maggio del 1994. Doveva essere una festa, in tutti i sensi. Un Gran Premio senza lavorare! Il 2 maggio i quotidiani non sarebbero stati nell'edicola e insomma ci sarebbe stato tempo e modo di godere l'evento da spettatore, da tifoso, da turista.

Poi accadde quello che non ci aspettavamo. Non ce lo aspettavamo perchè eravamo tutti, io per primo, stupidi e complici. Il sabato, sulla stessa pista di Imola, era morto l'ultimo dei gregari, si chiamava Ratzenberger e guidava una macchina anonima. Ricordo che un groppo mi serrò la gola, mentre i rottami della Simtek, pudicamente, venivano inquadrati da lontano dalle tv. Era morto un sconosciuto. Scrissi molte righe in fretta, chiedendomi che senso avesse essere il testimone di una tragedia, in un pomeriggio che si voleva festoso.

Ventiquattro ore dopo, in un crudele incrocio di destini, perse la vita il pilota più celebre. L'idolo assoluto. Senna. Il mito dell'era contemporanea. Fu uno shock rovinoso e fu anche una lezione. Di fronte all'irrimediabile, non c'è differenza. La vita dello sconosciuto è uguale alla vita del campione famoso. Come ero stupido! C'era voluta una disgrazia doppia, per ricordarmi la banalità dell'esistere. Nel momento supremo, siamo uguali. Ratzenberger non aveva fan club, non aveva tifosi, non aveva adoranti supporter. Senna invece sì. E che differenza faceva, davanti all'ingresso di un obitorio, a Bologna?

Io di Ayrton ero amico. Amico in virtù di una conoscenza comune. Lui, da ragazzo, aveva sbarcato il lunario in Italia. Aveva incontrato un bravo fotografo e non si erano più persi di vista. Questo fotografo, all'anagrafe Angelo Orsi, era pure amico mio. Fu lui a fare le presentazioni, sfidando un mio pregiudizio. In breve: parlo degli anni Ottanta e all'epoca io preferivo Prost al brasiliano. Avrei presto cambiato idea.

Adesso non starò ad annoiarvi, quindici anni dopo, con la grandezza del personaggio e del pilota. Non dirò che era il più bravo e non dirò che era tranquillamente più forte di Schumi: manca la controprova e comunque pensatela come vi pare, va bene lo stesso.

Posso dire, però, che Senna era un essere umano fantastico. Uno che rinviava all'indomani le conferenze stampa più attese, se vedeva il cronista (io) con il moccio al naso e la febbre a quaranta causa influenza da cavallo. Uno che si fermava al parcheggio dei box e ti offriva un passaggio, invece di metterti sotto come farebbero i campioni (si fa per dire) di oggi. Uno che una volta al nastro bagagli dell'aeroporto di Lisbona mi annunciò, con fermo orgoglio, che in caso di necessità (era il 1990 e Alain guidava la Ferrari), sì, lui Prost lo avrebbe buttato fuori alla prima curva in Giappone, se la scorrettezza fosse stata necessaria per laurearsi campione.

Senna, ecco, non era un santo e non era un eroe integerrimo. Era un uomo, con pregi e difetti. Lucio Dalla gli ha reso un brutto servizio, a suo tempo, con una brutta canzone dalla quale affiorava un Ayrton inesistente, capace di mettere sullo stesso piano un quinto posto e una vittoria. Non era vero. Il brasiliano, pur di arrivare primo, avrebbe fatto qualunque cosa!

Io gli volevo bene e fu uno strazio indelebile, il primo maggio di quindici anni fa, dover riaprire il giornale, scrivere una intera edizione straordinaria (poi vendutissima e di culto, ma non importa) praticamente da solo. Fu una esperienza micidiale stare sull'aereo, un volo Varig da Parigi a San Paolo, con la bara sistemata in business class, io lui e pochi amici brasiliani.

Penso che Senna manchi molto a tanti. E' mancato alla Formula Uno, che senza la tragedia di Imola avrebbe conosciuto una storia molto, molto diversa. E con lui è mancato anche Ratzenberger, del quale nessuno si ricorda e che invece sta sempre qui, in un angolo di cuore, assieme ad Ayrton. Perchè, alla fine di tutto, siamo uguali.

di Leo Turrini



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Aggiornato il: 13-gen-2019