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Ronnie Peterson



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  Gli piaceva osservare i pesciolini del suo acquario.Quel piccolo mondo fatto solo di colori e nessun suono, lo affascinava e lo rilassava.Non diventò mai campione del mondo, per sfortuna o, forse, per una misteriosa congiuntura del destino.
Nato il 14 febbraio 1944 a Orebro, Svezia, cominciò come tanti, con i kart.In una corsa aveva il numero 41, l'italiano Sala il numero 1.Il numero 41 era un trampoliere nel nido, un gomitolo quasi, perchè non sapeva dove mettere le sue lunghe gambe.Il numero 1, uomo di Lilliput, era invece deciso e aggressivo.Vinse Peterson.Gli addetti ai lavori si chiedevano come facesse ad andare così veloce.Sui kart imparò l'arte del controsterzo e, controsterzando, arrivò in F.3 e vinse nel 1969 il G.P. di Monaco che è l'anticamera della F.1.Ancora una volta tutti si chiedevano come facesse ad essere così veloce.Il Montjuich, in Spagna, era un circuito per i curvatori di ventura che sapevano andare oltre il limite.Su un tratto in discesa, con curve e controcurva, lui sapeva infliggere decimi di secondo ogni giro ai suoi grandi rivali, Stewart e Fittipaldi.Quando alla Lotus lo costrinsero a fare in numero due di Andretti, lui accettò ma quando, durante le prove ufficiali di un gran premio, gli montarono delle gomme vistosamente inadatte, lui si lanciò in pista e segnò il record.Appena fermo ai box, ancora in macchina, alzò il dito medio verso Colin Chapman che l'aveva umiliato.Un giornalista faceva notare davanti alla televisione, il modo in cui vinse il gran premio d'Italia 1976.Lauda guidava la sua Ferrari respirando piano e sanguinando sotto il casco(era la sua prima corsa dopo il rogo del Nuerburgring);Hunt si piantava nella sabbia nel tentativo di rimontare;Regazzoni inseguiva invano il sogno di vincere per la terza volta sulla pista a lui più cara;l'asfalto era viscido ma Peterson sembrava libero da ogni problema di aderenza e costruiva la sua vittoria vanificando la resistenza degli avversari.
Debutta a Monaco il 10 maggio 1970, nel 1971 è vice campione del mondo e sfiora la vittoria, per un centesimo di secondo, nel gran premio d'Italia, il più veloce della storia, 246 Km/h.Nel 1972 vince, con la Ferrari, la 1000 km di Buenos Aires e, finalmente, nel 1973 la prima vittoria in F.1, in Francia l'1 luglio, alla fine del mondiale fu, di nuovo, vice campione.Seguiranno altre nove vittorie, in mezzo, piazzamenti, ritiri e incidenti."Crashed", così è scritto nelle classifiche."Crashed" al Cristal Palace,"Crashed" al Maillory park dove la sua March F.2 decollò su un terrapieno proprio in faccia a un pubblico ipnotizzato dalla sorpresa e dallo spavento."Crashed" a Silverstone.Tuttavia il suo albo d'oro non registra i suoi "Crashed" interiori, quando dovette scontrarsi non con terrapieni nè con guard rail ma con l'incomprensione e l'inadeguatezza meccanica che fece nascere lo slogan:il pilota giusto sulla macchina sbagliata.Pareva che tutta la vita di Peterson fosse dominata dall'attesa perchè, con gli anni, la sua storia era diventata sempre più incomprensibile, dato che i successi che le sue doti invocavano, non arrivavano.Anche Ferrari, dopo avergli affidato una sua vettura sport, non volle saperne di dargli una F.1.E Ronnie si portava dietro tutto quanto con leggerezza anche se il suo sguardo era sempre più malinconico e rassegnato.Arrivò a quel gran premio d'Italia, il 10 settembre 1978,  sempre più solo con se stesso.Chapman gli aveva fatto un'altro sgarbo affidandogli una Lotus vecchia di un anno per paura che desse fastidio a Andretti, il campione predestinato.Babro, la moglie, era lontana con la figlia Nina e anche il suo orso portafortuna, che teneva sempre nell'abitacolo, quel giorno non c'era.Fu un gran premio di trecento metri.Si partiva da una strada larga che stringeva all'avvicinarsi della prima variante.Ronnie s'infilò nell'imbuto con macchine davanti,dietro, a destra e a sinistra.Accadde qualcosa e fu ancora "Crashed".Dal groviglio spuntarono le fiamme ma lo tirarono fuori in tempo, la sua macchina era ridotta a brandelli.Finalmente lo portarono via in barella e Ronnie alzò un'ultima volta la testa per guardarsi la gamba fratturata in sette punti.All'ospedale gli riscontrarono ustioni e altre fratture, lo operarono subito e l'intervento durò sette ore.Alle 4.30 del mattino sopravvenne una grave crisi respiratoria e renale.Alle 7 non c'è più speranza e alle 10.10 Ronnie Peterson era ormai un ricordo.Con glaciale freddezza Colin Chapman commentò: "Succede".Mario Andretti, il compagno di squadra, entrò nel cortile dell'ospedale, gli dettero la notizia e non scese neppure dall'auto.Sui giornali tanti articoli contro le corse con foto di Peterson in prima pagina.In quel mare di parole inutili e ipocrite Ronnie pare affondare nel suo acquario dove il riflesso del suo viso si mescola ai pesciolini rosso e oro.Un mondo piccolo, fatto solo di colori e nessun suono.

 


I numeri della sua carriera
Video di Monza 1978

 


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Aggiornato il: 31-gen-2018